CODEX MORTIS, la recensione

Se segui il panorama PC con attenzione, avrai notato che il 2026 ha portato con sé una delle discussioni più accese e polarizzanti degli ultimi anni nel mondo del gaming. Al centro del dibattito c’è CODEX MORTIS, un titolo indie rilasciato dal publisher Crunchfest che si fregia di un primato storico (e per molti controverso): essere il primo videogioco commerciale sviluppato al 100% tramite intelligenza artificiale, dal codice fino alla pixel art, passando per le animazioni.

Al di là della filosofia e delle inevitabili discussioni etiche sul futuro dello sviluppo, come si comporta Codex Mortis all’atto pratico?

Il Gameplay: Un Inferno di Proiettili Necromantico

Sotto la scocca algoritmica, Codex Mortis è un survival bullet hell roguelite che si inserisce di prepotenza nel filone tracciato da Vampire Survivors. La differenza principale sta nel fatto che qui non sei un eroe che subisce l’assalto dei mostri: tu sei la minaccia. Nei panni di un potente stregone, la morte è la tua arma principale e il tuo obiettivo è sterminare armate di non morti sfruttando i poteri della necromanzia.

Il gioco si struttura in run in cui l’azione frenetica viene spezzata da una pianificazione strategica iniziale. Prima di scendere nell’arena, devi infatti comporre la tua build attingendo a cinque scuole iniziali di magia oscura (che salgono a dieci nelle ultime build beta):

  • Necromanzia: Lance di ossa, prigioni scheletriche e l’immancabile esplosione dei cadaveri.
  • Summoning: Evocazione di eserciti di scheletri e imponenti golem d’ossa.
  • Magia del Sangue: Sacrificio della propria salute per innescare esplosioni apocalittiche.
  • Magia dell’Anima: Raccolta di essenze per curarsi o svanire temporaneamente tra i nemici.
  • Maledizioni: Debuff per spezzare la resistenza nemica e seminare il panore.

Il vero cuore del divertimento risiede nel sistema di sinergie. Combinare la Magia del Sangue con la Necromanzia genera detonazioni incendiarie a catena, mentre unire le Maledizioni alle Evocazioni permette di intrappolare i nemici terrorizzati in mezzo alle tue legioni. Il loop di gioco legato alla distruzione di massa e alle build è incredibilmente assuefacente.

L’Illusione Tecnologica: Come Funziona il Gioco “Vibe-Coded”

L’aspetto più sorprendente di Codex Mortis è che funziona, e anche sorprendentemente bene. Sviluppato in ECS (Entity Component System) all’interno di un container Electron senza l’ausilio di motori grafici tradizionali come Unity o Unreal, il gioco è leggerissimo (richiede appena 140 MB di spazio) e gira fluido anche su configurazioni datate o su Steam Deck.

Visivamente, l’IA ha partorito una pixel art dark fantasy piuttosto coerente, ricca di esplosioni ed effetti particellari gratificanti. Tuttavia, scavando sotto la superficie, i limiti del medium emergono:

Il trucco delle animazioni: Non riuscendo a generare animazioni tradizionali fluide sui singoli sprite, lo sviluppatore (o meglio, l’IA sotto le sue direttive) ha optato per un effetto di “ondeggiamento” basato su shader. I personaggi si muovono oscillando, un espediente intelligente ma che alla lunga restituisce una sensazione di legnosità e fluttuazione innaturale sul terreno.

Anche il level design dei mondi procedurali soffre un po’ di questa natura: le arene tendono a somigliarsi molto a livello di macro-struttura, mancando di quei guizzi geometrici o di dettagli unici che un level designer umano inserisce per dare carattere a una mappa.

Verdetto: Promosso o Bocciato?

I PROI CONTRO
• Prezzo budget super accessibile e supporto alla co-op locale.• Animazioni dei personaggi legnose e basate su shader.
• Sistema di sinergie tra incantesimi profondo e divertente.• Struttura dei livelli procedurali un po’ generica.
• Gira fluidamente su qualsiasi PC e su Steam Deck.• Richiede una connessione internet fissa anche in single-player.

Codex Mortis è un esperimento affascinante. Se preso puramente come videogioco, è un ottimo “survivor-like” con un prezzo irrisorio (circa 4 dollari) che vi garantirà diverse ore di divertimento genuino grazie a un ottimo sistema di incantesimi. Se preso come manifesto tecnologico, è la dimostrazione che lo sviluppo assistito da IA è ormai una realtà tangibile. Non ha l’anima o la cura artigianale dei migliori esponenti del genere, ma l’anomalia ludica che ne è derivata merita di essere provata.

Mesoké, la recensione

Se sei alla ricerca di un gioco per staccare la spina dal caos frenetico degli sparatutto o dei titoli d’azione più blasonati, l’opera prima dello studio indie Mystik’art potrebbe essere la tua prossima oasi felice. Rilasciato su PC, Mesoké è un titolo che rifiuta categoricamente i canoni tradizionali del game design commerciale: non ci sono combattimenti, non ci sono dialoghi a schermo e non troverai una minimappa a guidarti.

Mesoké preferisce affidarsi interamente al potere del volo e del simbolismo per raccontare un viaggio intimo ed emotivo.

Volare per Ricostruire se Stessi

La premessa narrativa è minimalista ma suggestiva. Il gioco si apre con una donna intenta a meditare sul ciglio di un dirupo. Subito dopo, il suo spirito si libra nel vuoto, legandosi idealmente a un aquilone (o assumendo la forma di un globo spirituale). Da quel momento, il tuo compito sarà esplorare una serie di affascinanti regni celesti sospesi nel vuoto, che fluttuano pigramente tra le nuvole.

Ogni mondo rappresenta una specifica emozione umana o una fase della vita — come la gioia, la perdita, il dolore e la guarigione. Esplorando queste isole fluttuanti, dovrai raccogliere sfere di energia vitale (il Chi) da incanalare nel tuo HUB centrale, un antico palazzo interiore in rovina. Vedere i canali di pietra riempirsi gradualmente di un flusso azzurro e luminoso, mentre il tempio torna al suo antico splendore, restituisce un senso di progressione incredibilmente soddisfacente.

Il Gameplay: L’Arte del Rischio Calcolato

Il sistema di movimento è il vero fiore all’occhiello dell’esperienza. Il volo è basato sul momentum (l’inerzia e la conservazione della velocità) e sull’uso sapiente delle correnti d’aria. Planare è fluido, leggero e quasi ipnotico, ma non per questo banale.

Il gioco introduce infatti un’interessante dinamica di rischio/ricompensa:

Più voli vicino agli ostacoli, alle pareti rocciose o sfiori i burroni più profondi, più Chi riuscirai a raccogliere in un colpo solo.

Se commetti un errore e ti schianti, non andrai incontro a una schermata di Game Over punitiva, ma perderai una parte dell’energia accumulata fino a quel momento. Questo elemento impedisce al gioco di trasformarsi in un’esperienza fin troppo passiva, richiedendo una buona dose di concentrazione e precisione nelle traiettorie.

Un Comparto Artistico Notevole con Qualche Spigolo Tecnico

Dal punto di vista visivo, Mesoké è una gioia per gli occhi. Gli scenari evocativi, la gestione delle luci e l’uso del colore creano un’atmosfera onirica che ricorda da vicino capolavori del calibro di Journey o ABZÛ. La colonna sonora, dominata da malinconiche melodie al pianoforte e arrangiamenti di violino, è eccezionale, sebbene la scarsa varietà di tracce alla lunga possa risultare un po’ ripetitiva.

Tuttavia, il titolo non è esente da difetti legati alla sua natura indipendente:

  • I Controlli: Gli sviluppatori raccomandano caldamente l’uso di un controller. Ciononostante, la scelta di mappare sia il movimento del personaggio sia la rotazione della telecamera sulla sola levetta analogica sinistra risulta inizialmente bizzarra e richiede un bel po’ di tempo per essere metabolizzata.
  • Progressione Criptica: La totale assenza di indicatori o spiegazioni rende l’inizio del viaggio un po’ disorientante. Verso le battute finali, inoltre, per sbloccare l’area successiva potresti trovarti costretto a rigiocare i livelli alla ricerca di un singolo collezionabile (come i dipinti nascosti) mancato in precedenza, sfociando in un leggero backtracking.

Verdetto: Promosso o Bocciato?

I PROI CONTRO
• Sistema di volo fluido, inerziale e altamente soddisfacente.• Sistema di controllo a levetta singola un po’ macchinoso.
• Direzione artistica e atmosfera sensoriale di alto livello.• Mancanza di indicazioni chiare che può generare confusione.
• Meccanica rischio/ricompensa sul Chi ben bilanciata.• Colonna sonora splendida ma con pochi brani ripetuti.

Mesoké è un piccolo gioiello indie che fa della delicatezza il suo punto di forza. Se entri nell’ottica di lasciarti trasportare dal flusso, senza la fretta di dover “completare una missione”, troverai un’avventura poetica, terapeutica e visivamente splendida. Se invece cerchi un gameplay rigido, storie strutturate o un’azione serrata, la sua natura astratta e contemplativa potrebbe lasciarti a terra.

Gobliiins Collection, la recensione

Se sei cresciuto a pane e PC nei primi anni novanta, il solo nome Coktel Vision o la strana dicitura con tre “i” ti farà scendere una lacrimuccia. Red Art Games ha compiuto un’operazione di puro recupero storico portando su Nintendo Switch la Gobliiins Collection, un’antologia che racchiude ben cinque capitoli di una delle saghe punta e clicca più folli, stravaganti e (ammettiamolo) frustranti della storia dei videogiochi.

Ecco cosa devi aspettarti da questo tuffo nel surrealismo franco-belga degli enigmi.

Il Contenuto della Raccolta

La collection è generosa e copre oltre trent’anni di storia della saga ideata dalla mente di Pierre Gilhodes:

  • Gobliiins (1991): Il capostipite. Tre goblin (Oups, Asgard e Ignatius) con abilità uniche — uno usa la forza, uno la magia, uno raccoglie oggetti — devono salvare il re impazzito. Ha una spietata barra della vita che si consuma a ogni errore.
  • Gobliins 2: The Prince Buffoon (1992): Due soli goblin protagonisti, ma che possono agire contemporaneamente, introducendo enigmi basati sul tempismo. Sparisce la barra della salute (per fortuna!).
  • Goblins 3 (1993): Segue le avventure del giornalista Blount. Gli scenari si allargano e la narrazione si fa un briciolo più strutturata.
  • Gobliiins 4 (2009): Il controverso passaggio al 3D. Sebbene l’umorismo resti intatto, visivamente e tecnicamente sente molto il peso degli anni.
  • Gobliiins 5 (2023): Il grande ritorno alle origini bidimensionali in pixel art, che chiude (per ora) il cerchio riportando in scena il trio originale.

Oltre ai giochi, la raccolta include una sezione extra molto gradita dai puristi: gallerie di artwork, confezioni originali digitalizzate, un lettore musicale per le strambe colonne sonore e un’intervista documentario a Gilhodes.

Il Gameplay: Logica da Cartone Animato (e Niente Aiuti)

Il fulcro di Gobliiins differisce dalle avventure LucasArts o Sierra dello stesso periodo. Qui l’azione è quasi sempre confinata in singole schermate statiche che funzionano come enormi “stanze rompicapo”. Non devi viaggiare per mondi immensi, devi capire come far interagire i tuoi goblin con quello che vedi.

Il problema principale — che per alcuni è il fascino intramontabile della serie — è la logica astrusa. Gli enigmi seguono le regole di un cartone animato surreale. La soluzione spesso non ha alcun senso logico convenzionale: ti ritroverai a tentare combinazioni a caso (il classico “clicca tutto su tutto”) finché non succede qualcosa di bizzarro.

Nota per i neofiti: La Collection è un’operazione purista. Non ci sono sistemi di aiuti in-game o suggerimenti diretti. Se ti blocchi, o usi l’ingegno (e molta pazienza) o cerchi una guida su internet come si faceva vent’anni fa.

Come si comporta su Nintendo Switch?

Il genere dei punta e clicca nasce per il mouse, ma l’adattamento su Switch se la cava dignitosamente. I comandi analogici simulano il puntatore, e la natura “mordi e fuggi” delle singole schermate si sposa alla perfezione con la modalità portatile della console. È presente anche una comoda funzione per evidenziare i punti di interesse (hotspot) sullo schermo, fondamentale per evitare il pixel hunting forsennato, anche se saltuariamente manca di segnalare qualche micro-oggetto.

Visivamente i capitoli in 2D mantengono un fascino incredibile. Le animazioni slapstick dei goblin, le loro espressioni di frustrazione e i suoni campionati in un finto linguaggio borbottato sono ancora oggi spassosi. Discorso diverso per il quarto capitolo in 3D, che su Switch mostra evidenti spigolosità e un comparto tecnico un po’ zoppicante.

Verdetto: Promosso o Bocciato?

I PROI CONTRO
• Cinque giochi completi che offrono un sacco di ore di enigmi.• La logica degli enigmi è spesso totalmente arbitraria.
• Il fascino della pixel art e delle animazioni vecchio stile.• Mancanza di un sistema di aiuti moderno per i nuovi giocatori.
• Ottimi contenuti extra e documentaristici inclusi.• Il quarto capitolo in 3D è invecchiato decisamente male.

La Gobliiins Collection su Nintendo Switch è una macchina del tempo splendida ma spietata. Se amate la storia dei videogiochi, il genere punta e clicca e non avete paura di spremervi le meningi di fronte a soluzioni totalmente folli, questa raccolta è una perla nostalgica da avere in libreria. Se cercate un’avventura moderna, guidata e logica, il rischio di lanciare i Joy-Con contro il muro è decisamente alto.

R-Type Dimensions III, la recensione

Ci sono franchise che non hanno bisogno di presentazioni. Se oggi il genere degli sparatutto a scorrimento orizzontale (shmup) ha regole precise, lo dobbiamo in gran parte a Irem e al suo leggendario cabinato del 1987. Con R-Type Dimensions III, la celebre saga fantascientifica torna a splendere sui nostri schermi in una collezione definitiva che non solo unisce il glorioso passato dei primi capitoli, ma lo proietta nel presente con una serie di chicche tecniche e strutturali pensate sia per i veterani nostalgici che per le nuove generazioni di piloti.

Mettetevi comodi nell’abitacolo della navetta R-9: l’impero di Bydo è tornato, e non ha intenzione di fare sconti a nessuno.

Due Giochi, Due Dimensioni, Un Solo Tasto

Il cuore pulsante di questa raccolta è la presenza dei primi due indimenticabili capitoli: R-Type e R-Type II. La vera magia di Dimensions III, tuttavia, risiede nel comparto tecnico. Il gioco permette infatti di passare istantaneamente, con la pressione di un singolo tasto e in tempo reale, dalla storica e gloriosa grafica pixel art originale in 2D a una veste grafica completamente poligonale in 3D, arricchita da effetti di luce moderni e texture rimasterizzate.

Non si tratta solo di un vezzo estetico: gli sviluppatori hanno persino introdotto una visuale di gioco 3D inclinata, capace di dare una profondità pazzesca alle arene e ai mastodontici boss alieni (come l’iconico Dobkeratops), pur mantenendo il gameplay rigidamente ancorato al movimento bidimensionale. Poter switchare tra passato e presente durante le battaglie più concitate è un’esperienza che non smette mai di stupire.

Un Gameplay Intramontabile (e Spietato)

Pad alla mano, R-Type Dimensions III conserva intatto quel gameplay millimetrico, strategico e punitivo che ha fatto la storia del genere. Non siamo di fronte a un “bullet hell” moderno dove conta solo schivare milioni di colpi; qui la chiave è la memorizzazione dei livelli e l’uso intelligente del leggendario Force Pod.

Questa sfera d’energia indistruttibile può essere agganciata alla parte anteriore o posteriore della navetta per fare da scudo e aumentare il fuoco, oppure essere lanciata liberamente nello schermo per agire in autonomia. Gestire il Force, caricare il colpo devastante della R-9 e anticipare le trappole ambientali richiede una concentrazione assoluta. Un singolo errore significa morte immediata, e il gioco punisce i passi falsi senza alcuna pietà.

Accessibilità per Tutti: La Modalità Infinite

Se la spietata difficoltà originale (riprodotta fedelmente nella modalità Classica) rischia di terrorizzare i neofiti, Dimensions III introduce una soluzione brillante: la Modalità Infinite.

In questa variante, i giocatori hanno a disposizione vite infinite e la possibilità di rinascere esattamente nel punto in cui sono stati distrutti, invece di essere rispediti al frustrante checkpoint precedente. È l’aggiunta perfetta per permettere a chiunque di godersi lo spettacolo visivo e la colonna sonora memorabile, studiare i pattern dei boss e finire il gioco senza dover lanciare il controller fuori dalla finestra. A completare il pacchetto troviamo la modalità cooperativa locale a due giocatori e le immancabili classifiche online per i cacciatori di punteggi.

Commento Finale

R-Type Dimensions III è l’esempio perfetto di come si modernizza un classico senza tradirne l’anima. Unire l’immutato e perfetto level design dei primi due capitoli a una veste 3D fluida e intercambiabile in tempo reale è un’operazione nostalgica e tecnica riuscitissima. Grazie all’introduzione della modalità Infinite, il titolo abbatte il muro della frustrazione storica pur mantenendo intatta la sfida per i puristi. Un pezzo di storia del gaming che merita un posto d’onore nella libreria di ogni appassionato.

VOTO: 8.5 / 10

Pro:

  • Il passaggio istantaneo da 2D a 3D in tempo reale è spettacolare.
  • Gameplay d’annata rigido, strategico e ancora oggi incredibilmente solido.
  • La modalità Infinite rende il gioco accessibile anche a chi non ha riflessi da sala giochi.
  • Ottimo comparto sonoro, rimasterizzato con cura.

Contro:

  • La difficoltà della modalità Classica può risultare respingente per i meno pazienti.
  • Mancano contenuti enciclopedici o extra storici approfonditi sulla saga.

NODE, la recensione

Nel panorama dei puzzle-game indipendenti, il minimalismo è spesso la chiave per nascondere una complessità straordinaria. Sotto una superficie pulita, geometrica e quasi asettica, si possono celare meccaniche capaci di mandare il cervello in sovraccarico nel giro di pochi livelli. È esattamente questo il biglietto da visita di NODE, un titolo che fa della logica, della programmazione visiva e dell’atmosfera sci-fi i suoi pilastri fondamentali.

Se siete cresciuti a pane e Zachronics o se amate i titoli che non vi prendono per mano, ma vi lanciano all’interno di un sistema informatico da decrittare, NODE potrebbe essere la vostra prossima, stimolante sfida.

Entrare nella Rete: Logica e Connessioni

Il nucleo del gameplay di NODE è racchiuso nel suo stesso nome. Il giocatore si trova davanti a una serie di schermate composte da nodi interconnessi, flussi di dati e circuiti logici. L’obiettivo apparentemente semplice? Reindirizzare l’energia, decodificare pacchetti di informazioni e sbloccare i nodi centrali per avanzare nel sistema.

Il gioco introduce le meccaniche base con un’eleganza rara, priva di tutorial invasivi. Si impara sperimentando: un nodo devia il flusso, un altro lo sdoppia, un altro ancora funge da temporizzatore. Ben presto, però, la curva di apprendimento si impenna. Quello che era iniziato come un semplice “collega i punti” si trasforma in un vero e proprio esercizio di ottimizzazione in cui ogni mossa deve essere calcolata al millimetro per evitare cortocircuiti o la perdita di dati.

Una Narrazione Silenziosa ma Avvolgente

Cosa stiamo hackerando? Chi c’è dietro questo sistema? Anche se NODE si presenta come un puzzle-game puro, non rinuncia a un comparto narrativo affascinante, che si svela in modo frammentario. Superando i nodi più complessi o decifrando i file criptati nascosti nei livelli secondari, si ottengono log di testo, e-mail corrotte e frammenti di dati che ricostruiscono una lore cyberpunk misteriosa e distopica.

Questa narrazione ambientale e “da detective informatico” funziona alla perfezione, dando un senso di progressione e uno scopo reale a ogni rompicapo risolto, spingendo il giocatore a completare “un altro livello” solo per scoprire il successivo frammento di storia.

Estetica Cyberpunk Minimal e Sound Design Ipnotico

Visivamente, il gioco opta per un’estetica vettoriale ad alto contrasto. Linee pulite, neon che risaltano su sfondi scuri e un’interfaccia utente che simula un vero terminale di hacking. È una scelta non solo stilistica ma funzionale: con zero distrazioni visive, la concentrazione è tutta sul puzzle.

A elevare notevolmente l’esperienza interviene un comparto sonoro eccezionale. La colonna sonora elettronica ambient, unita ai click metallici e ai feedback acustici di quando un circuito si attiva correttamente, crea un effetto ipnotico e quasi meditativo. Anche di fronte ai livelli più frustranti, la musica riesce a mantenere il giocatore in uno stato di “trance da concentrazione”.

Commento Finale

VOTO: 8 / 10

Pro:

  • Enigmi intelligenti, logici e incredibilmente soddisfacenti da risolvere.
  • Interfaccia pulita ed estetica cyberpunk minimale molto curata.
  • Colonna sonora ipnotica che aiuta a mantenere la concentrazione.
  • Lore di sottofondo affascinante per gli amanti della fantascienza.

Contro:

  • La curva di difficoltà ha picchi che potrebbero scoraggiare i meno pazienti.
  • Data la sua natura astratta, alla lunga può risultare un po’ freddo per chi cerca un coinvolgimento emotivo immediato.

Tavern Talk Stories: Dreamwalker, la recensione

Se avete amato l’atmosfera rilassante di Coffee Talk o le dinamiche narrative di VA-11 HALL-A, c’è un nuovo bancone pronto ad accogliervi nel panorama delle visual novel e dei simulatori di taverna fantasy. Sviluppato da Gentle Troll Stories, Tavern Talk Stories: Dreamwalker ci riporta nel magico e accogliente universo della locanda Wayfarer’s Tale, ma questa volta con una svolta decisamente più profonda, misteriosa e… onirica.

In un mercato spesso dominato da ritmi frenetici, questo spin-off si prende il suo tempo per raccontare una storia fatta di sogni, incubi e connessioni umane, dimostrando che a volte la magia più grande sta nel saper ascoltare.

Un Bancone tra Realtà e Sogni

In Tavern Talk Stories: Dreamwalker, il nostro ruolo di locandiere va ben oltre il semplice spillare birra o mescere idromele per stanchi avventurieri fantasy. Il cuore del gioco ruota attorno alla figura del Dreamwalker (il Viandante dei Sogni) e alla capacità di interagire con il subconscio dei nostri bizzarri clienti (elfi, nani, vampiri e licantropi).

Il gameplay si divide in due macro-fasi perfettamente bilanciate:

  1. La Gestione della Taverna: Qui ascoltiamo i pettegolezzi, raccogliamo voci di corridoio e prepariamo infusi magici. Scegliere gli ingredienti giusti non serve solo a dissetare i clienti, ma a sbloccare opzioni di dialogo uniche e a influenzare il loro umore.
  2. I Viaggi Onirici: Quando gli avventurieri crollano dal sonno o affrontano traumi profondi, possiamo letteralmente “entrare” nei loro sogni. Questa fase si trasforma in un puzzle narrativo in cui dobbiamo curare le loro menti, scacciare gli incubi e aiutarli a superare le proprie paure.

Scrittura d’Eccellenza e Scelte che Contano

Il vero punto di forza del titolo risiede nella qualità della scrittura. Ogni personaggio che si siede al bancone ha una personalità tridimensionale, con problemi reali camuffati da tropi fantasy (l’avventuriero stressato dal “burnout” da quest, il mago con l’ansia da prestazione).

Le scelte nei dialoghi e, soprattutto, la precisione con cui miscelerete le vostre bevande magiche avranno un peso reale sullo sviluppo della trama e sul destino dei vostri ospiti. Non c’è un modo “sbagliato” di giocare, ma ogni decisione plasma il finale e le relazioni interpersonali, garantendo un’ottima rigiocabilità per chi vuole scoprire ogni sfaccettatura della lore.

Un Gioiello Cozy in Pixel Art

Visivamente, il gioco è una gioia per gli occhi. Chi ha apprezzato il capitolo principale ritroverà quella pixel art calda, dettagliata e ricca di atmosfera che fa venire voglia di raggomitolarsi sulla sedia con una tazza di tè caldo. Le animazioni dei personaggi, i dettagli delle pozioni che ribollono e i paesaggi onirici surreali creano un contrasto cromatico meraviglioso tra il calore della locanda e il mistero del mondo dei sogni.

A coronare il tutto c’è una colonna sonora lo-fi/fantasy estremamente rilassante, che accompagna le letture senza mai risultare invadente, amplificando al massimo l’effetto cozy game.

Commento Finale

Tavern Talk Stories: Dreamwalker è una carezza per l’anima, un titolo che si inserisce perfettamente nel filone dei “cozy games” narrativi. Riesce a espandere l’universo della serie introducendo una meccanica onirica affascinante e matura, supportata da una scrittura eccellente e da un comparto artistico delizioso. Se cercate una storia avvolgente, personaggi a cui affezionarvi e un gameplay rilassante ma ricco di significato, la locanda del Wayfarer vi sta aspettando.

VOTO: 8.3 / 10

Pro:

  • Scrittura dei personaggi e dialoghi eccellenti.
  • La meccanica del “Dreamwalking” aggiunge profondità alla formula classica.
  • Comparto grafico e sonoro straordinariamente rilassanti e curati.
  • Ottima reattività della storia in base alle scelte e alle bevande servite.

Contro:

  • Ritmo di gioco inevitabilmente lento, non adatto a chi cerca azione.
  • Come per ogni visual novel, la componente puramente interattiva è limitata.

Brave Rounds, la recensione

Il panorama dei roguelike indipendenti è sempre più affollato, ma ogni tanto spunta un titolo capace di catturare l’attenzione grazie a un gameplay focalizzato, un’estetica curata e un loop di gioco che crea immediata dipendenza. È questo il caso di Brave Rounds, un concentrato di azione, riflessi e pianificazione strategica che mette a dura prova la prontezza di riflessi del giocatore in arene dinamiche e spietate.

Se amate i giochi in cui ogni singola scelta di build può fare la differenza tra una vittoria schiacciante e un game over prematuro, preparatevi: Brave Rounds ha tutte le carte in regola per diventare la vostra nuova ossessione “ancora un altro tentativo e poi smetto”.

Un Gameplay “Round-Based” Ritmatissimo

A differenza di molti survivors-like basati solo sul sopravvivere a un timer continuo, Brave Rounds — come suggerisce il nome stesso — si sviluppa attraverso una struttura a ondate e round definiti. Questa scelta di design cambia profondamente il ritmo dell’azione.

Ogni round è un micro-inferno di proiettili e nemici unici. Non basta muoversi a caso sperando che le armi automatiche facciano il loro lavoro: l’arena richiede un controllo millimetrico del posizionamento e una gestione oculata delle priorità dei bersagli. Il movimento è fluido, reattivo e punitivo quanto basta. I nemici non si limitano a correre verso il giocatore, ma sfruttano pattern di attacco differenziati che costringono a riadattare la propria strategia in tempo reale all’interno dell’arena.

L’Arte della Build: Sinergie e Potenziamenti

Il vero cuore pulsante di Brave Rounds risiede nel suo sistema di potenziamenti tra un round e l’altro. Al termine di ogni ondata, il gioco offre la classica scelta di upgrade, armi e modificatori passivi. È qui che il titolo si dimostra profondo: gli sviluppatori sono riusciti a creare un ecosistema di abilità che si incastrano perfettamente tra loro.

Potete decidere di puntare tutto su una build ad alta velocità ed effetti elementali a catena, oppure trasformarvi in una fortezza semovente capace di assorbire i colpi e restituirli con gli interessi. La varietà di armi e oggetti sbloccabili assicura che due run non si somiglino quasi mai, incentivando la sperimentazione e, soprattutto, spingendo il giocatore a rischiare con combinazioni bizzarre che, a volte, si rivelano incredibilmente devastanti.

Comparto Grafico e Sonoro: Minimalismo Efficace

Dal punto di vista visivo, il gioco adotta uno stile grafico pulito ed elegante. Non cerca la complessità a tutti i costi, ma punta su un’eccellente leggibilità dell’azione. Nelle fasi avanzate, quando lo schermo si riempie di colpi ed esplosioni, non si perde mai di vista il proprio personaggio o i proiettili nemici più pericolosi, un difetto che spesso affligge produzioni simili.

La colonna sonora è un altro punto a favore: i ritmi incalzanti e i synth carichi di energia accompagnano perfettamente il massacro, pompando l’adrenalina al punto giusto e tenendo alta la concentrazione durante le boss fight più impegnative.

Commento Finale

Brave Rounds è un gioiellino nel suo genere. Non inventa da zero la ruota dei roguelike d’azione, ma ne raffina le meccaniche principali offrendo un’esperienza d’azione pura, frenetica e gratificante. La struttura a round spezza la monotonia e costringe a decisioni tattiche rapide, mentre la profondità delle sinergie garantisce un’ottima rigiocabilità. Se cercate un titolo d’azione immediato ma profondo da aggiungere alla vostra libreria, questo è un acquisto caldamente consigliato.

VOTO: 7.8 / 10

Pro:

  • Loop di gioco immediato e altamente assuefacente.
  • Ottima varietà di sinergie e armi che stimolano la sperimentazione.
  • Eccellente leggibilità dell’azione anche nei momenti più caotici.
  • Colonna sonora incalzante e adatta al ritmo di gioco.

Contro:

  • La struttura a round alla lunga potrebbe risultare ripetitiva per chi preferisce mappe ampie o esplorative.
  • La curva di difficoltà ha qualche picco improvviso in presenza di determinati boss.

The Gate Must Stand, la recensione

Il filone dei Survivors-like (o “bullet heaven”) ha invaso il mercato negli ultimi anni, costringendoci a schivare milioni di proiettili pixelati mentre i nostri poteri facevano piazza pulita in automatico. Ma cosa succede se uniamo la frenesia dei giochi alla Vampire Survivors con la pianificazione strategica di un Tower Defense medievale? La risposta si chiama The Gate Must Stand, sviluppato da Senmu Studio e co-pubblicato da Yogscast Games e Gamersky Games.

Il payoff del gioco è chiaro fin dal primo secondo: i tuoi eroi possono cadere, ma il cancello deve resistere. Ci siamo lanciati nella difesa della città di Belrak per capire se questa fusione di generi regge l’urto delle orde demoniache.

Un Gameplay ibrido: Azione Diretta e Torrette “Umane”

La struttura di The Gate Must Stand si divide costantemente tra due anime. Da un lato abbiamo il controllo diretto del nostro Eroe (il gioco ne lancia 4 al lancio, ognuno con ben 149 abilità uniche). Con il nostro protagonista possiamo muoverci liberamente sul campo, fare hack and slash brutale, lanciare magie e colpire i nemici in prima linea.

Dall’altro lato, il posizionamento dei Seguaci (i Followers). Questi ultimi agiscono come vere e proprie torrette difensive statiche o semi-statiche: ci sono arcieri, maghi devastanti, assassini e difensori d’acciaio. La chiave del successo sta nel posizionarli strategicamente lungo le linee di resistenza e, soprattutto, nel creare sinergie tra le abilità del nostro eroe e quelle dei seguaci.

Se un alleato muore, niente panico: dopo un po’ resuscita e torna in prima linea. Ma se l’orda sfonda le difese e distrugge il grande cancello della città, la partita finisce all’istante.

Reliquie, Evoluzioni e la Febbre del Roguelike

Ogni partita dura circa 15-20 minuti ed è scandita da un ritmo serratissimo. Ogni 5 minuti precisi, la mappa viene scossa dall’arrivo di un Boss apocalittico (il gioco ne conta 13 diversi in totale). Sconfiggere questi colossi non è solo una questione di sopravvivenza, ma il fulcro della progressione della singola run: i boss rilasciano infatti delle Reliquie Mistiche.

Questi oggetti cambiano completamente le carte in tavola, permettendoci di far evolvere i nostri seguaci di base nelle loro Forme Ultimate (ce ne sono 38 disponibili). Vedere un gruppo di semplici spadaccini trasformarsi in macchine da guerra corazzate che scatenano combo elementali insieme al vostro eroe dà una soddisfazione immensa e cattura perfettamente quel senso di “onnipotenza crescente” tipico dei migliori roguelike.

Ovviamente, come in ogni titolo del genere che si rispetti, la morte fa parte del loop. La progressione globale (Meta-Progression) permette di sbloccare potenziamenti passivi, nuovi eroi e abilità avanzate nel menu principale, rendendoci progressivamente più forti per affrontare le mappe successive e i 5 livelli di difficoltà.

Comparto Tecnico: Minimal, Frenetico, ma Occhio al Caos

Visivamente, il gioco opta per uno stile dark fantasy pulito e funzionale. Una scelta saggia, perché quando lo schermo si riempie di centinaia di demoni, frecce, esplosioni magiche ed effetti particellari, la leggibilità dell’azione diventa fondamentale. Il motore di gioco regge bene i cali di frame rate anche nelle fasi più avanzate, anche se il comparto audio — specialmente nella ripetitività di alcuni effetti sonori durante i picchi di caos — avrebbe beneficiato di un pizzico di varietà in più.

L’interfaccia è intuitiva, permettendo di passare dalla gestione strategica della mappa all’azione pura in modo fluido, sebbene nelle primissime partite la quantità di abilità e rami di potenziamento (tra skill dell’eroe e dei seguaci) possa disorientare chi cerca un’esperienza “mordi e fuggi” stile Vampire Survivors.

Commento Finale

The Gate Must Stand è un esperimento decisamente riuscito. Riesce a prendere la pianificazione tattica e la gestione delle risorse tipica dei Tower Defense e a iniettarle di adrenalina pura grazie al sistema di combattimento action in tempo reale e alla struttura roguelike. Con decine di reliquie, centinaia di abilità e la costante sfida di proteggere quel maledetto cancello, il loop di gioco crea dipendenza fin dalle prime run. Un acquisto obbligato per gli amanti della strategia e dei survival.

VOTO: 8 / 10

Pro:

  • Fusione tra Action e Tower Defense fresca e divertente.
  • Enorme varietà di build, abilità e sinergie.
  • Le evoluzioni “Ultimate” dei seguaci sono spettacolari da vedere e usare.
  • Ottimo rapporto qualità/prezzo per la quantità di contenuti.

Contro:

  • Nelle fasi avanzate il caos a schermo può compromettere la tattica.
  • Comparto sonoro un po’ ripetitivo nei momenti più concitati.

Formula Legends – Formula E: Electric Evolution, la recensione

Mentre il mondo del motorsport virtuale è storicamente dominato dal rombo assordante dei motori termici, Formula Legends – Formula E: Electric Evolution (sviluppato da Apex Drive Studios) compie una scelta coraggiosa: mettere al centro del palcoscenico il sibilo tecnologico e la complessità tattica delle monoposto elettriche di nuova generazione. Il risultato su PS5 è un racing game unico, dove la velocità pura è solo metà dell’equazione necessaria per vincere.

Gameplay: La gestione dell’energia come arte

Chi si aspetta un semplice clone della Formula 1 rimarrà sorpreso. Formula E: Electric Evolution è un simulatore che richiede un approccio mentale completamente diverso, focalizzato sulla strategia e sulla precisione millimetrica.

  • L’Equilibrio della Batteria: La vera sfida non è solo staccare tardi, ma gestire la rigenerazione dell’energia tramite la frenata (Attack Charge). Spingere al massimo per tutta la gara significa esaurire la batteria prima del traguardo. Questo crea un gameplay tattico esaltante, fatto di gestione dei flussi e pianificazione dei sorpassi.
  • Attack Mode Virtuale: Il sistema dell’Attack Mode è riprodotto fedelmente. Per attivare il surplus di potenza temporaneo, i giocatori devono traiettorare fuori dalla linea ideale in traiettorie specifiche del tracciato, esponendosi al rischio di subire sorpassi ma guadagnando un vantaggio devastante per i giri successivi.
  • Circuiti Cittadini Claustrofobici: Le gare si svolgono esclusivamente su tracciati cittadini riprodotti al millimetro (Londra, Roma, Tokyo, Monaco). Le piste sono strette, piene di angoli a 90 gradi e prive di vie di fuga: ogni minimo errore di sovrasterzo si paga con un impatto devastante contro i muretti.

L’Esperienza su PS5: Silenzio sensoriale e Next-Gen

I racing game beneficiano enormemente dell’hardware di PlayStation 5, e questo titolo non fa eccezione, sfruttando la tecnologia per colmare l’assenza del classico “sound” motoristico.

  • Il Potere del DualSense: È probabilmente uno dei migliori utilizzi del controller visti finora in un gioco di corse. I grilletti adattivi oppongono una resistenza variabile che simula la durezza del freno rigenerativo. Il feedback aptico è prodigioso: si avverte la consistenza dei cordoli cittadini, la perdita di aderenza sulle strisce pedonali e persino il brivido del fondo stradale irregolare delle città.
  • Audio 3D e Comparto Visivo: Senza il rumore del motore a coprire tutto, l’audio 3D della PS5 diventa un elemento di gameplay. Si sente il fischio degli inversori di potenza delle auto avversarie che si avvicinano alle spalle, lo stridore delle gomme sull’asfalto e il vento che accarezza la scocca. Il gioco gira in 4K nativo a 60 FPS stabili, con un uso del Ray-Tracing che fa risplendere le carrozzerie cromate sotto i lampioni delle gare in notturna.
  • Caricamenti Istantanei: La modalità carriera beneficia dell’SSD: i passaggi tra le sessioni di qualifica e la gara avvengono in meno di due secondi.

Modalità Evoluzione: Dallo Scantinato al Campionato Mondale

La modalità Carriera (“Electric Evolution”) permette di creare il proprio team da zero, gestendo non solo i contratti dei piloti ma soprattutto lo sviluppo della catena cinematica, investendo i punti ricerca nell’efficienza degli inverter e della batteria. Il comparto multiplayer online è solido, con lobby classificate e un sistema di rating che punisce severamente i piloti scorretti, fondamentale date le dimensioni ridotte delle piste cittadine.

CategoriaValutazioneNote
Fisica e Modello di Guida8.8/10Un ottimo compromesso tra simulazione e accessibilità (sim-cade).
Uso del DualSense9.5/10Feedback aptico eccezionale che compensa la mancanza del rombo del motore.
Varietà Tracciati7.5/10I circuiti cittadini sono splendidi, ma manca la varietà dei circuiti tradizionali.

Verdetto Finale

Formula Legends – Formula E: Electric Evolution è una boccata d’aria fresca nel genere dei giochi di guida. Riesce a trasformare quella che molti appassionati considerano una limitazione (la gestione energetica dell’elettrico) nella sua meccanica più profonda, divertente e assuefacente. Su PS5 è un gioiello tecnico e sensoriale che raccomandiamo non solo ai fan della Formula E, ma a qualsiasi amante dei racing game in cerca di una sfida strategica diversa dal solito.

Voto: 8.6 / 10

Pro:

  • Gestione della rigenerazione energetica stimolante e profonda.
  • Uso del feedback aptico del DualSense ai vertici della categoria.
  • Splendida resa grafica dei circuiti cittadini in 4K.

Contro:

  • La natura stretta dei tracciati cittadini può frustrare i neofiti nelle prime ore.
  • L’intelligenza artificiale degli avversari a volte è troppo aggressiva nei passaggi stretti.

Apokerlypse, la recensione

Se pensavate che il poker avesse raggiunto il suo apice di popolarità digitale con il fenomeno Balatro, Apokerlypse (sviluppato dall’indipendente Mad Void Studio) arriva per dimostrarvi che c’è ancora spazio per la follia, la contaminazione dei generi e, soprattutto, la narrazione spietata. Questo titolo non è un semplice solitario psichedelico: è un survival RPG strategico dove le fiches sono proiettili, i bui sono giorni di razionamento e un colore servito al momento sbagliato può costarvi la vita.

Gameplay: Texas Hold ‘em tra le macerie

La struttura di Apokerlypse fonde l’esplorazione di una mappa procedurale alla Mad Max con scontri a turni risolti sul tavolo verde. Per attraversare la Zona Contaminata e raggiungere l’ultimo rifugio sicuro, dovrete sfidare sciacalli, mutanti e signori del petrolio in tesissime partite a carte.

  • Poker Mutato: Le regole base del poker rimangono le stesse (coppie, tris, fulll, ecc.), ma il mazzo è stato distorto dalle radiazioni. Potrete imbattervi in carte contaminate che infliggono danni continui alla vostra salute se tenute in mano, o carte “corazzate” che aumentano la vostra difesa.
  • I Trucchetti del Sopravvissuto: Nel corso delle run potrete equipaggiare innesti cibernetici o gadget post-apocalittici che fungono da veri e propri modificatori di gioco. Un mirino laser vi permetterà di spiare una delle carte coperte dell’avversario, mentre una dose di “Rad-Juice” vi consentirà di scartare e pescare fino a tre carte extra, aumentando il rischio di overdose.
  • Gestione delle Risorse: Vincere la mano non serve solo a fare danni all’avversario. Il piatto accumulato viene convertito in benzina, cibo e munizioni. Scegliere se andare “All-In” contro un boss mutato non è solo una scelta di gioco, ma un azzardo sulla vostra sopravvivenza nei turni successivi.

Comparto Tecnico: Fango, Neon e Pixel Art Rustica

Visivamente, Apokerlypse opta per una pixel art sporca, dettagliata e ricca di stile, che mescola i toni rugginosi del deserto con i neon acidi dei saloon improvvisati nelle carcasse dei vecchi aerei.

  • Interfaccia e Atmosfera: L’interfaccia di gioco su PC è eccezionale. Il tavolo da gioco è integrato nell’ambiente: le carte vengono lanciate sul cofano di un furgone arrugginito o su una lamiera ondulata, e i volti dei vostri avversari reagiscono con tic nervosi o ringhi animaleschi a seconda di come si sviluppa la mano.
  • Performance: Il gioco è una piuma e gira perfettamente anche su laptop di vecchia generazione. Su PC, la comodità di gestire la mano interamente con il mouse rende l’esperienza rapidissima, ideale per sessioni “mordi e fuggi” ma capace di trattenervi davanti allo schermo per ore.
  • Colonna Sonora: La musica è un eccellente mix di dark country e chitarre distorte industriali. Il suono delle carte mescolate che si fonde con il sibilo del vento del deserto e il contatore Geiger crea un’atmosfera di tensione costante.

La Legge del Deserto

La curva di difficoltà di Apokerlypse è impietosa. Trattandosi di un roguelike, l’influenza della fortuna (RNG) è innegabile: a volte il mazzo vi volterà le spalle nei momenti più drammatici. Tuttavia, il gioco mette a disposizione abbastanza strumenti strategici (sotto forma di bluff e abilità attive) da premiare quasi sempre la lucidità mentale rispetto alla cieca fortuna.

CategoriaValutazioneNote
Originalità9/10Unire il poker alla sopravvivenza survival è un colpo di genio.
Atmosfera8.8/10Un’estetica post-apocalittica curata e dotata di grande personalità.
Bilanciamento7.8/10Molto punitivo nelle fasi avanzate; richiede nervi saldi.

Verdetto Finale

Apokerlypse è un titolo ipnotico, cinico e incredibilmente divertente. Riesce a prendere una meccanica familiare come il poker e a rivestirla di una tensione narrativa e strategica formidabile. Se amate i card-game roguelike e non avete paura di vedere la vostra run migliore andare in fumo per un bluff fallito contro un bandito di strada, questo è il gioco perfetto da aggiungere alla vostra libreria Steam. Calate la maschera antigas, preparate le fiches e che la fortuna sia con voi.

Voto: 8.5 / 10

Pro:

  • Fusione perfetta tra regole del poker e meccaniche survival.
  • Direzione artistica e sonoro di altissimo livello per un indie.
  • Sistema di bluff e modificatori genetici profondo e stimolante.

Contro:

  • La componente di casualità in alcuni scontri con i boss può risultare frustrante.
  • I tutorial iniziali potevano spiegare meglio l’interazione tra i diversi tipi di carte mutate.