Breath of Death VII: The Beginning: Reanimated, la recensione

Breath of Death VII: The Beginning: Reanimated è un titolo indie che, purtroppo, non ha avuto la risonanza che merita nel panorama videoludico, ma che rappresenta un esempio affascinante di come un gioco possa fondere la nostalgia con l’innovazione, il tutto condito da una buona dose di umorismo e di riferimenti ai classici giochi di ruolo degli anni ’90. Sviluppato e pubblicato da Chemical Burn Entertainment nel 2010, il titolo ha poi visto una “remaster” nel 2013 con il sottotitolo “Reanimated”, che ha migliorato alcuni aspetti tecnici e grafici, senza alterare il cuore del gioco. In questa recensione, esaminerò la versione “Reanimated”, cercando di capire perché, nonostante le sue piccole imperfezioni, Breath of Death VII meriti un posto nella collezione di ogni appassionato di giochi di ruolo indie e di retro gaming.

Un viaggio nell’universo dei giochi di ruolo a 16-bit

Breath of Death VII: The Beginning è un gioco di ruolo a turni che si ispira pesantemente ai classici titoli degli anni ’90, come Final Fantasy, Dragon Quest, e Lunar: Silver Star Story. Con una grafica in stile 16-bit e una colonna sonora che richiama le atmosfere della vecchia scuola, il gioco riesce a catturare l’essenza di quegli anni d’oro, pur rimanendo al passo con i tempi grazie a una serie di scelte stilistiche e meccaniche intelligenti.

Il gioco segue la storia di un gruppo di eroi particolari, tra cui il protagonista, un teschio vivente di nome Dem, che ha il compito di combattere contro forze oscure che minacciano il mondo. A prima vista, la trama sembra piuttosto semplice, ma è proprio in questo aspetto che Breath of Death VII gioca a suo favore: il gioco non si prende mai troppo sul serio e sfrutta questa leggerezza per costruire una narrazione che, pur rimanendo giocosa e a tratti comica, ha anche dei momenti di grande impatto emotivo.

Una scrittura brillante e umoristica

Il vero punto di forza del gioco è senza dubbio la sua scrittura. Breath of Death VII non è solo un tributo ai giochi di ruolo degli anni ’90, ma è anche una parodia intelligente di alcuni degli stereotipi che li caratterizzavano. I dialoghi sono ricchi di battute, riferimenti a vecchi giochi e giochi di parole che non solo intrattengono, ma riescono anche a far riflettere sul modo in cui i giochi di ruolo hanno evoluto la loro narrazione nel tempo. La presenza di personaggi improbabili, come Dem, il protagonista scheletrico, e la sua compagna, una sorta di ombra chiamata Cia, contribuisce ulteriormente a dare un tocco di originalità alla storia.

La scrittura non si limita però alla pura comicità. C’è una sorprendente profondità nelle dinamiche dei personaggi e nei temi trattati. Dem, nonostante la sua natura di non-morto, è un personaggio con una storia di grande valore emotivo. La sua lotta interiore e la sua ricerca di riscatto sono trattate con una certa serietà, che contrasta piacevolmente con la leggerezza del tono generale del gioco.

Un sistema di combattimento classico ma funzionale

Il sistema di combattimento di Breath of Death VII è un chiaro richiamo ai vecchi giochi di ruolo a turni. Ogni battaglia si svolge su una griglia di turno, dove i personaggi e i nemici si affrontano in combattimenti che richiedono una certa strategia. Non c’è nulla di particolarmente innovativo o complicato in questo sistema, ma è proprio la sua semplicità che lo rende funzionale al contesto del gioco. La vera bellezza del sistema di combattimento risiede nell’introduzione di meccaniche uniche, come il “spending of HP” (spendere punti vita per eseguire attacchi potenti), che conferisce un ulteriore livello di profondità tattica.

Inoltre, le battaglie non sono mai troppo lunghe o ripetitive, e il gioco è progettato in modo che anche i combattimenti più ardui non risultino mai frustranti. I nemici sono abbastanza vari, e le sfide si fanno progressivamente più difficili man mano che il giocatore avanza nella trama, ma il gioco non è mai ingiusto. Il bilanciamento delle difficoltà è ottimo, e questo permette ai giocatori di godersi il combattimento senza sentirsi sopraffatti.

Un mondo da esplorare e una colonna sonora incantevole

Nonostante la grafica retro in stile 16-bit, Breath of Death VII riesce a ricreare un mondo affascinante e pieno di carattere. Le ambientazioni sono varie, dai templi oscuri alle città medievali, ognuna con il proprio stile distintivo. La qualità artistica del gioco è semplice ma molto ben realizzata, e riesce a trasmettere una forte sensazione di nostalgia per i giochi del passato.

La colonna sonora merita una menzione speciale. Le tracce musicali, pur nella loro semplicità, sono incredibilmente orecchiabili e ben integrate nel contesto del gioco. I temi principali si ripetono, ma mai in modo fastidioso, anzi, ogni volta che si ripresentano, evocano sensazioni di familiarità e comfort. La musica è forse il vero collante tra la parte visiva e quella narrativa del gioco, riuscendo a suscitare un’emozione che amplifica l’atmosfera complessiva.

La versione “Reanimated”

La versione Reanimated del gioco ha apportato alcune modifiche rispetto alla versione originale del 2010. A livello tecnico, sono stati fatti miglioramenti grafici, con un’ulteriore pulizia dei pixel e delle animazioni. Anche la musica è stata rimasterizzata per risultare ancora più pulita e incisiva, sebbene il suono retro rimanga invariato nel suo spirito. Questi piccoli miglioramenti non cambiano radicalmente l’esperienza di gioco, ma la rendono più moderna e piacevole, senza mai tradire lo spirito originale.

Inoltre, sono stati aggiunti dei contenuti extra, tra cui nuove opzioni di personalizzazione e alcune missioni secondarie, che ampliano ulteriormente l’esperienza di gioco. Tuttavia, la vera forza di Breath of Death VII risiede sempre nella sua semplicità e nella sua capacità di divertirti senza mai risultare eccessivamente complesso.

VOTO: 7

Pubblicato da GameReviews

Mi piace leggere, scrivere, videogiocare, approfondire la mia conoscenza delle lingue indoeuropee e mangiare i bambini.

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